Recensione: We Are The Ants di Shaun David Hutchinson

We are the Ants

Shaun David Hutchinson

Simon Pulse

2016

Trama:

Henry Denton è periodicamente rapito dagli alieni. Alieni che, adesso, gli hanno dato un ultimatum: il mondo finirà tra 144 giorni e tutto quello che Henry deve fare per fermare l’apocalisse è premere un grande pulsante rosso.

Solo, lui non è sicuro di volerlo fare.

Dopotutto la vita non è stata giusta con Henry. Sua madre è una cameriera che è tenuta insieme da un sottile strato di fumo di sigaretta, suo fratello è un disoccupato che ha lasciato il college dopo aver messo incinta la sua ragazza e sua nonna sta perdendo la battaglia contro l’Alzheimer. E Henry sta ancora affrontando il dolore per il suicidio del suo ragazzo.

Passare un colpo di spugna non gli sembra poi una cattiva idea.

Ma Henry è uno scienziato e decide di affrontare la cosa con logica, e allora comincia a pesare il dolore e la gioia che lo circondano, e a lui è lasciata l’ultima parola: premere il pulsante e salvare il pianeta e tutti i suoi abitanti… o lasciare il mondo – e il suo dolore – sparire per sempre.

Recensione SPOILER FREE:

Innamorarmi di We are the Ants per me è stato facilissimo. È esattamente il tipo di young adult che adoro, un onesto e coinvolgente romanzo di formazione, che non ha paura di mostrare l’adolescenza nella sua interezza, ma che non si lascia sfuggire l’occasione di lasciare che un ragazzino si ponga per la prima volta domande sui grandi temi, sulla morte, sulla vita, sul perché siamo qui e se, nel grande schema delle cose, quello che facciamo o non facciamo ha davvero importanza.

Your entire sense of self-worth is predicated upon your belief that you matter to the universe.

But you don’t.

Because we are the ants.

E una delle cose che ho effettivamente amato di questo romanzo è che ricorda ancora una volta che in questa vita non tutto ha un perché, che molte delle cose che viviamo o che ci capitano resteranno senza un come o una spiegazione. E mi è piaciuto molto che tutto il percorso di crescita, e di guarigione, di Henry fosse improntato sul dover accettare questa innegabile verità.

E Henry è un protagonista complesso e sfaccettato, lo conosciamo in uno dei periodi più bui della sua vita, isolato, tormentato da bulli e incapace di affrontare quello che il suo ragazzo ha fatto. Shaun David Hutchinson non nasconde i continui colpi che Henry riceve e il suo percorso è uno dei più sinceri e realistici che mi sia capitato di vedere. Semplicemente, non passa dal punto A al punto B linearmente, ma con continui dietrofront e ripensamenti e errori e ricadute. Il suo viaggio alla scoperta di se stesso, ma anche di accettazione di quello che succede nella sua vita, è visto come uno sforzo continuo che non finisce mai.

“Dad might have helped you see the best parts of yourself, but they were always there, and no one can take them away.”

Mom clenched her jaw, and I swore for a moment she was going to slap me or start sobbing or shut down completely and never leave the driveway. Instead, she said, “If that’s true, how am I supposed to see them now that he’s gone?”

“Get a mirror.”

E Shaun David Hutchinson fa un ottimo lavoro nel mostrare il suo personaggio come tridimensionale, ad esempio, donandolo di questo humor molto dark che è divertente, ma allo stesso tempo basta ragionarci un secondo per frantumare l’armatura fatta di sarcasmo e vedere quello che c’è sotto: rabbia, e dolore.

I could write my name across the sky, and it would be in invisible ink.

È un romanzo che affronta con brutale sincerità temi grandi e piccoli, coinvolgente e dal ritmo veloce, è facile immergersi nella storia di Henry, che, alieni o non alieni, con i suoi orrori e le sue bellezze si sente più vera di tante altre.

Voto:

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